Il “partito mediatico” transatlantico lancia vibranti proteste indignate perchè il Brasile riceve la visita del Presidente dell’Iran Ahmadinejad. Come si permette Lula di stringere la mano di un violatore abituale e recidivo dei diritti umani?
La settimana scorsa era arrivato a Brasilia il capo di Stato israeliano Shimon Peres, ma nessuno ebbe nulla da rilevare. Eppure l’ONU ha un contenzioso aperto in cui si accusa Israele di aver violato le leggi internazionali quando irrigò Gaza di bombe al fosforo. Eppure Israele ha ignorato qualche centinaio di risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Prima ancora, il Brasile ha ricevuto i massimi esponenti del governo Palestinese, guidati da Abbas: più par condicio di così si muore. La categoria dei “diritti umani” è diventata qualcosa di estendibile a piacimento, come una gomma da masticare. Si può tirare come si preferisce, secondo la misura delle convenienze.
A rigor di stretta logica, Lula non potrebbe ricevere neppure Obama, visto che è a capo di una nazione -rea confessa- di applicare la tortura contro cittadini stranieri, sequestrati e rinchiusi in penitenziari clandestini, galleggianti o in terra ferma. Dopo otto anni non sono stati ancora processati.
Lula replica con molto buonsenso: “A nulla serve isolare l’Iran. Se è un attore importante in tutta questa discordia, è importante che qualcuno si sieda a discutere con loro e cerchi un equilibrio, per tornare alla normalità”.
Ajmedinajad guida una delegazione di 200 imprenditori iraniani, in una visita di Stato che estenderà all’agricoltura e alle biotecnologie le già solide relazioni binazionali. Dopo il Brasile, la comitiva iraniana visiterà anche la Bolivia e il Venezuela. E’ un segno dell’accresciuta autonomia del blocco sudamericano. Ha stabilito solidi vincoli commerciali e industriali con la Cina, che è diventata anche fonte di ragguardevoli finanziamenti e investimenti. Anche la Russia è attivamente presente nell’area nei grandi progetti di estrazione di idrocarburi, e come fornitrice di tecnologie militari.
Il blocco sudamericano -Argentina, Brasile, Bolivia, Ecuador, Venezuela- ha esteso e diversificato la sua rete di relazioni economiche, commerciali, finanziarie, scientifiche. Oggi conta con alternative sostenibili alle tradizionali ed unidirezionali che facevano capo agli Stati Uniti e all’Europa.
Il pressing mediatico “occidentale” è percepito come una indebita invasione di campo e -nel caso dell'Europa- viene giudicato troppo ipocrita: esporta all’Iran, compra il suo petrolio, ma raccomanda ostracismi asimmettrici (agli altri). Predicano bene e razzolano male.
Tito Pulsinelli Selvas 23.11.2009
PECHINO – «I tavoli a due gambe non stanno in piedi. Quindi, il G20 non può essere modificato togliendo lo zero e trasformandolo in un G2. Come minimo serve un G3 o, meglio ancora, lo stesso G20». Poche ore dopo il congedo di Barack Obama dalla Cina, Giulio Tremonti lancia una proposta politica dirompente per la messa a punto del nuovo ordine globale. E per lanciare la provocazione, il ministro dell'Economia italiano sceglie una platea d'eccezione: la Scuola del Partito Comunista Cinese. Il prestigioso palco è stato offerto a Tremonti dal vicepresidente esecutivo dell'ateneo del Pcc, Li Jingtian, durante una sua recente visita in Italia. Da qui, ieri, il ministro ha tracciato una lucida disamina della crisi finanziaria internazionale del 2008; ha sottolineato che, per colpa delle banche, quella stessa crisi continua a covare sotto la cenere; e ha messo sul tavolo delle proposte per superarla.
«In tutto il mondo i Governi sono intervenuti usando due mani. Con una hanno immesso un'enorme massa di liquidità nel sistema. Con l'altra hanno trasformato debito privato in debito pubblico», ha spiegato Tremonti a un auditorio di circa duecento persone, composto da funzionari-amministratori del Partito Comunista non più giovanissimi (perlopiù uomini), tornati sui banchi di scuola per prepararsi a governare meglio la Cina di domani.
Ma, paradossalmente, alla fine a guadagnarci di più dal generoso intervento pubblico sono state proprio le principali responsabili della catastrofe che un anno fa ha investito l'economia globale, e cioè le banche. «L'idea era che gli istituti di credito trasferissero la liquidità alle imprese. E invece una parte enorme di questo denaro è rimasto dentro le banche stesse, che oggi con quei soldi stanno facendo profitti contraendo prestiti all'1% e reinvestendo in strumenti finanziari che danno rendimenti del 5 o al 6 per cento», ha tuonato Tremonti di fronte ai dirigenti del Pcc cinese.
La formidabile ripresa delle Borse e la recente crescita vertiginosa dei contratti derivati, secondo il ministro dell'Economia, dimostrano che la speculazione si è rimessa selvaggiamente in movimento sui mercati finanziari mondiali. Grazie proprio alla liquidità a basso costo di cui oggi le banche possono approvvigionarsi a mani basse dagli istituti di emissione. Insomma, una beffa colossale.
«Io, dopo il disastro, ritenevo che andassero salvate solo le banche che finanziavano le famiglie e le imprese. Invece, sono state salvate tutte – ha aggiunto Tremonti - In questo modo abbiamo guadagnato tempo, ma non abbiamo risolto il problema. E così il rischio di una nuova crisi è sempre incombente».
Gli allievi della Scuola del Partito Comunista hanno ascoltato con attenzione le tesi vivaci del ministro dell'Economia italiano. Il quale, nonostante le sue passate prese di posizione critiche sulla globalizzazione talvolta anche dal sapore un po' troppo anticinese (ma di questo, forse, sono responsabili anche certe forzature del mondo politico e della stampa italiana), ieri dalla cattedra del Pcc ha parlato alla nomenklatura usando sapientemente tutti gli ingredienti della dialettica geopolitica che piacciono ai cinesi: il multilateralismo, la democrazia occidentale non esportabile, il principio della non ingerenza, le peculiarità del socialismo cinese, aggiungendo anche un pizzico di terzomondismo che a Pechino non guasta mai.
Se tutti gli sforzi profusi finora dai Governi sono stati solo un palliativo, allora cosa bisogna fare per traghettare definitivamente l'economia globale fuori dalle secche della recessione?, ha chiesto la platea a Tremonti? "Non possiamo certo pensare di risolvere i problemi emersi dalla crisi con una serie di nuove regole tecniche scritte dai banchieri – ha risposto il ministro dell'Economia, puntando ancora una volta il dito contro i signori del credito – Oggi serve uno sforzo politico collettivo che definisca il nuovo ordine, un trattato internazionale che definisca una nuova Bretton Woods e che sia frutto di un contributo multilaterale non solo nell'adesione ex post, ma anche nella scrittura ex ante", ha concluso Tremonti.
Gianni Minà 20 Novembre 2009
A che servono e chi minacciano le basi militari statunitensi in America latina? Il tema è caldo nella regione per la forte opposizione politica dei paesi integrazionisti, con Brasile in testa e Venezuela, che mantiene un forte contenzioso con la Colombia in merito, in primo piano. Ma Barack Obama, per una che ne chiude a Manta in Ecuador, rispettando la sovranità di quel paese, otto ne apre tra Panama e Colombia.
Se domandi a cosa servono le basi statunitensi in America latina ti risponderanno: per collaborare nella lotta al narcotraffico e al terrorismo. Per George Bush tutto era terrorismo e perfino i movimenti indigeni furono messi nella lista. È molto dubbio che le FARC colombiane, l’unica organizzazione guerrigliera su vasta scala possano essere rubricati come semplici terroristi, ma di sicuro in Colombia l’esercito statunitense collabora con i paramilitari (narcotrafficanti, va da sé) che per favorire l’agroindustria hanno sloggiato, da quando Álvaro Uribe è presidente, centinaia di migliaia di famiglie di piccoli produttori agricoli per far posto all’agroindustria.
Spesso narco e terrorismo sono solo scuse per mantenere pressione militare sul continente integrazionista. C’è narcotraffico o terrorismo che giustifichi Guantanamo, la base cubana da mezzo secolo occupata illegalmente come sancito da molteplici tribunali internazionali e che Obama non è capace di chiudere neanche come campo di concentramento? In che modo combatte il terrorismo l’enorme base di Mariscal Estigarribia in Paraguay, che contiene fino a 20.000 soldati e con un aeroporto che supera in capacità operative quella della maggior parte degli aeroporti civili del continente? Se bisogna combattere il narcotraffico perché non si combatte l’esercito messicano che spesso, come a Ciudad Juárez, è parte in causa nelle guerre di droga?
Osservatori non sospetti e non amici dei governi integrazionisti come l’ex-presidente colombiano Ernesto Samper fanno due conti e dicono apertamente quello che nessun giornale europeo dice: “è evidente che le nuove basi in Colombia non abbiano nulla a che vedere col narcotraffico. A che servono i C17 o i Boeing 707? Sicuramente non alle fumigazioni ma a spiare elettronicamente e minacciare paesi come il Brasile e il Venezuela. Chávez, Lula e tutti i paesi di UNASUR hanno ben ragione a sentirsi minacciati!”
Detto della Colombia, Panama, un paese che ha lottato per decenni per recuperare la propria sovranità, oggi si sta ritrasformando in una portaerei statunitense. Chiusa nel 2000 la base di Howard e con essa la Scuola delle Americhe, dove vennero addestrati 50.000 militari torturatori latinoamericani, oggi altre basi stanno aprendo. Bisogna sostituire Manta, l’enorme base ecuadoriana, dicono. Ma è la stessa scusa per la quale aprono le quattro nuove basi in Colombia.
In Honduras, il paese dove il 28 giugno con un golpe oggi apertamente appoggiato dagli Stati Uniti, c’è un’altra megabase, Palmerola, in Salvador Comalapa e in Costarica Liberia, a testimoniare quanto controllo militare eserciti ancora Washington sulla regione centroamericana e caribeña dove è perfino difficile elencare quante isole siano in realtà delle basi militari.
Meglio va al Sud. A parte la Colombia, poca roba (fino a quando?) in Perù. Lo sguardo punta allora su Mariscal Estigarribia, la base paraguayana che controlla il Brasile da Sud come le basi colombiane lo spiano da Nord e si spinge oltre fino a minacciare tutta l’Argentina. Fernando Lugo, l’ex vescovo presidente, la vorrebbe chiudere in omaggio alla politica integrazionista ed al fare dell’America latina un territorio di pace. Lugo è già fragile di suo, ma sarà per quello che ad orologeria aumenta il rumor di sciabole dei suoi militari?
Avante 19/11/2009
La situazione nel Sahara Occidentale è sempre all’ordine del giorno. Se i 18 anni precedenti potevano dar l’idea di uno stallo, in verità nei territori occupati dal Marocco si è registrata una recrudescenza e un’intensificazione dell’offensiva contro il popolo saharawi. Di fronte alla passività e al silenzio volontario della comunità internazionale, la barbarie si abbatte su uno degli ultimi popoli che resistono e lottano per recuperare la propria patria.
Storie di resistenza
Lo scorso 6 novembre sono passati 34 anni dalla “Marcia Verde” – dispiegamento ordinato dal re del Marocco di 350 mila cittadini e 25 mila soldati marocchini verso l’allora colonia spagnola del Sahara Occidentale, con l’obiettivo di esercitare pressione sulla Spagna per la sua uscita definitiva e la legittimazione dell’annessione di quel territorio. Il vergognoso accordo di Madrid, firmato pochi giorni dopo, decretava la spartizione del Sahara Occidentale tra Marocco e Mauritania, violando l’impegno assunto dal re di Spagna di liberare il popolo saharawi. L’avanzata sul terreno venne spacciata di mezzi di comunicazione internazionale come un’invasione pacifica e naturale ma i racconti di violenze, morte, persecuzioni, bombardamenti al napalm, tra le molte altre atrocità commesse contro il popolo saharawi, hanno reso evidente la volontà della comunità internazionale di chiudere gli occhi sui crimini in cambio dei profitti economici enormi che un “amico” come il Marocco può assicurare.
Sono innumerevoli le storie di coraggio e resistenza. Sultana Jaya, una giovane saharawi che è stata in Portogallo solo un anno fa per raccontare la sua vicenda di orrore e tortura per mano della polizia marocchina, è stata ripetutamente aggredita, arrestata e interrogata dal momento del suo ritorno nei territori occupati. L’8 ottobre sono stati arrestati dalla polizia marocchina sette attivisti dei diritti umani di organizzazioni molto attive e rispettate, al ritorno da una visita agli accampamenti dei rifugiati a Tinduf. Queste persone sono accusate di tradimento e attentato alla sovranità marocchina, saranno giudicate da un tribunale militare e rischiano la pena di morte.
Aminetou Haidar, una delle più note attiviste saharawi, è stata arrestata all’aeroporto di ritorno da New York, dove aveva ricevuto un premio per i diritti umani e immediatamente espulsa dal paese, lasciandovi la sua famiglia.
L’intensificazione della repressione marocchina non ha lasciato indifferenti le circa 130 organizzazioni di vari settori di intervento nella società portoghese e, tra queste, il Partito Comunista Portoghese, che hanno firmato una Lettera Aperta per chiedere la liberazione immediata di questi attivisti, appellandosi alle Nazioni Unite perché intervengano a protezione dei diritti umani e sollecitando il governo portoghese e l’UE a esigere dal Marocco la liberazione di tali attivisti e degli altri prigionieri politici saharawi, in difesa della pace e dei diritti umani.

Nell’Unione Europea
Il potere e l’influenza del Marocco sulle posizione dell’Unione Europea non è di poco conto. Gli interessi consolidati di paesi come la Francia e la Spagna convergono in diversi settori di sfruttamento (di mercati, risorse naturali o anche di esseri umani). Solo così si spiegano situazioni paradigmatiche come il negoziato sugli accordi di pesca tra il Marocco e l’UE, che comprendono la spartizione dello sfruttamento della costa atlantica saharawi, a totale vantaggio del regno del Marocco. Ripetutamente denunciato dai deputati del Partito Comunista Portoghese al Parlamento Europeo, tale accordo prevede uno stanziamento di risorse per lo sviluppo delle popolazioni costiere del Sahara Occidentale gestito e amministrato dal…Marocco! Parliamo di una somma di 13,5 milioni di euro che “devono essere utilizzati per sostenere la politica della pesca e l’esercizio della pesca responsabile e sostenibile” Un accordo sulla pesca che ignora un paese invaso e che ammette come interlocutore privilegiato gli invasori, è considerato dalla Commissione Europea “rispettoso del diritto internazionale”. E’ piuttosto una di quelle accezioni del diritto che cambiano in relazione all’ora, al giorno e alla parte del mondo in cui si applicano.
Il Partito Comunista Portoghese, per iniziativa dei suoi deputati al Parlamento Europeo, ha richiesto alla Commissione e al Consiglio di relazionare non su questo vergognoso accordo sulla pesca, ma sulla necessità di liberare i prigionieri politici saharawi. Dopo una guerra di 16 anni e aspettative che durano da 18 anni, il popolo saharawi conserva la speranza e la tenacia. E’ da questa parte che ci schieriamo: a fianco di chi lotta per la propria autodeterminazione e indipendenza.
Traduzione a cura della redazione di L'Ernesto
Giancarlo Chetoni CP Eurasia 21.11.2009
Attorno all'Inquilino del Quirinale va coagulandosi tutto il peggio di questa Repubblica delle Banane. In attesa dell'ennesima giravolta dei "Fratelli d'Italia"...
Il 2 Novembre il Ministro del Petrolio dell’Iraq ha firmato un accordo preliminare con Eni, Gruppo Usa Occidental e sudcoreana Kogas per lo sfruttamento del giacimento di Zubair ed è in trattativa con queste società per la ristrutturazione dei pozzi di estrazione e per l’ampliamento della raffineria di Nassiriya con investimenti previsti superiori ai 10 miliardi di dollari.
Baghdad riceverebbe 1,9 dollari per ogni barile estratto.
Ammesso che possa reggersi sulle sue gambe, il governo collaborazionista attualmente al “potere” dopo l’exit strategy (per amore o per forza) USA prevista da Barak Obama per la fine del 2011.
Il Ministro della Difesa di Baghdad ha chiesto in cambio per la formalizzazione del contratto di assegnazione all’Italia un ulteriore invio di “istruttori” dei Ros e dei Gis per la formazione quadri dell’esercito e della polizia di al-Maliki e corsi di perfezionamento dei suoi ufficiali e sottoufficiali nei Reparti di Applicazione dell’Arma.
Tra personale di guardia all’ambasciata d’Italia e per attività di addestramento militare a reparti iracheni, anche se non filtra mezza riga d’agenzia, la Repubblica delle Banane ha, ancora oggi, in Iraq, tra i 220 e 250 Carabinieri aggregati alla Nato in “servizio operativo”, con oneri di spesa per 22 e rotti milioni di euro all’anno. Escluso l’ingaggio datato 1° semestre del 2007 di un numero non precisato di “contractors” della Aegis Defence Service per la protezione e la difesa ravvicinata del personale ENI di Nassiriya e della “cooperazione” della Farnesina che “lavora” nella provincia di Dhi Qar e nella Green Zone di Baghdad.
Nell’ambito di un accordo tra il colosso della “security” di Sua Maestà sottoscritto dall’allora ministro degli Esteri D’Alema, la spesa iniziale prevista fu di 3.498.000 euro all’anno.
Impegno che verrà confermato dal suo successore Franco Frattini fino a raggiungere nel corso del 2008 i 6.543.000 euro a causa della lievitazione dei costi d’ingaggio e del numero degli arruolati tra i chiacchieratissimi “mercenari” rastrellati dalla A.D.S., dalla Colombia al Nepal, negli “ambientini” degli squadroni della morte e dei tagliagole.
L’on. Sgobio commenterà l’“accordo” sottoscritto dal Baffo di Gallipoli in questo modo: “Meglio un ‘contractor’ di un carabiniere”.
Si dimenticherà di dire quanti ne restavano già a quei tempi a far da “consiglieri” in quel Paese, dopo aver contribuito con l’intero gruppo del PdCI e della quasi totalità di quello di Rifondazione Comunista a Camera e Senato a rifinanziare la “missione di pace” in Iraq e a dare il via libera agli “aggiuntini” in corso d’opera predisposti dal bombardiere di Serbia, Montenegro e Kosovo per mantener bandiera nella Terra del Tigri e dell’Eufrate.
Siamo in attesa di conferme, ma a quanto ci fanno sapere dall’Iraq è in arrivo una “chicca”.
La Repubblica delle Banane starebbe investendo da quelle parti 200 milioni di dollari per l’approntamento di una base militare, questa volta tutta “tricolore”, apparentemente slegata da necessità di sicurezza per il personale dell’Eni nei campi estrazione di Zubair e Nassiriya.
Ma passiamo ad altro, saltiamo dei parallelismi, e torniamo al Quirinale. Al Consiglio Supremo di Difesa dell’11 Novembre.
Le “novità“ scaturite dal summit (si fa per dire) organizzato e presieduto da Giorgio Napolitano con Silvio Berlusconi nella veste di “vicepresidente“, hanno preso forma e sostanza nella settimana successiva, a partire dal 17, un giorno che porta ancora più sfiga del mese dei morti.
Tagli agli organici e “privatizzazione“ delle FF.AA., esclusi provvedimenti che peraltro stanno clamorosamente venendo alla luce in queste ore.
“Novità“ apparentemente slegate ma che fanno parte, di fatto, di un unico indirizzo politico e militare di respiro “strategico“ accuratamente nascosto tra le righe del comunicato ufficiale della Segreteria Generale del Quirinale già dal giorno 9.
Il 17 Novembre, La Russa Ignazio è in “Israele“ a rendere omaggio (ancora una volta a spese degli italiani) allo Yad Vashem, accompagnato dall’ambasciatore Mattiolo e dal suo consigliere personale per gli “affari internazionali“ on. Ruben (!), del PdL.
Incontrerà Il Primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Barak, sottolineando l’importanza della visita per… “ampliare i rapporti di collaborazione tra due Paesi amici e far acquisire all’Italia la tecnologia anti-Ied per evitare altri lutti alle forze armate italiane in Afghanistan“. Una dichiarazioncina che la dice tutta sulla calibrata perfidia dell’azzeccagarbugli atlantista.
Lo stesso giorno atterra all’aereoporto Ben Gurion, proveniente dal Comando Generale della Nato di Bruxelles, l’ammiraglio Giampaolo di Paola, di cui ci siamo già occupati per la Task Force 45, per una visita di due giorni su invito del Capo di Stato Maggiore Ashkenazy e successivo incontro con il Ministro della Difesa Barak e alti ufficiali dello S.M. per… “esaminare le forme di un ulteriore approfondimento nella cooperazione militare e di difesa tra Israele e la Nato”. L’ammiraglio visiterà la base aerea di Palmachin e l’Unità Yahalom.
Su Ria Novosti, il 18, il corrispondente Ylia Kramnik dà conto dell’intervista rilasciata 24 ore prima a Londra da Franco Frattini al “Times” dove il (nostro?) Ministro degli Esteri dice, papale papale, quanto segue: “La Nato sta discutendo attivamente la possibilità di istituire un esercito comune europeo per lungo tempo“(!) .
Il Titolare della Farnesina andrà un po’ più in là sostenendo che “la nuova Europa che uscirà il 19 Novembre dal Trattato di Lisbona al vertice Ue sarà sostenuta dal forte appoggio dell’Italia che spinge per la creazione di un nuovo esercito europeo come centro di un potere globale di intervento nelle aree di crisi“.
Dichiarazioni che trovano una collimazione perfetta con l’’odg discusso nel Consiglio Supremo di Difesa l’11 Novembre al Quirinale.
Mentre esce Ria Novosti il Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in passato legatissima a un Fini, in odor di giravolte complottarde, è anche lei in "Israele".
Parteciperà a Tel Aviv al Watec 2009 (Water Technologies and Environmental Control Exhibition) dichiarando: “Vogliamo rafforzare ancora di più la collaborazione tra Israele e Italia nel campo della ricerca, l’utilizzo irriguo e la desalinizzazione dell’acqua“.
Acqua che in Cisgiordania e a Gaza non arriva, e che nel Bel Paese da risorsa pubblica diventa “privata“ con il decreto Ronchi, un altro “ministrone“ in quota a Via della Scrofa.
Poi ci sarà il viaggio, con codazzo di moglie e lacché (e noi… paghiamo) di Napolitano in Turchia.
E qui la faccenda si farà ancora più gialla. È dalla Corea del Sud che l’Inquilino del Quirinale & Soci battono male, molto male.
Niente succede mai per caso.
(ASCA-AFP) - Los Angeles, 16 nov - La CIA fornira' ai servizi segreti pakistani centinaia di milioni di dollari, che includeranno anche le somme delle ''taglie'' per la cattura di militanti talebani. Lo riporta il Los Angeles Times, scrivendo che il programma segreto, approvato dall'amministrazione di George W. Bush e proseguito anche dopo l'insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama, ha aperto serie questioni all'interno del nuovo governo.
Fonti ufficiali della CIA hanno riferito al giornale che i pagamenti sono stati un affare, visto che hanno portato alla cattura o all'uccisione di circa 700 ricercati pericolosi. Il sostegno finanziario della CIA puo' contare su oltre un terzo del budget dell'ISI, l'agenzia di coordinamento dei servizi di intelligence, la stessa che durante la Guerra Fredda aveva sostenuto proprio i talebani nel conflitto contro l'Unione Sovietica.
Infopal 2009-11-16
Questa mattina, il ministro dell'Ambiente del governo israeliano, Gilad Erian, ha minacciato di bloccare la consegna delle tasse destinate all'Anp, e raccolte in Cisgiordania, e di costruire altri checkpoint, se i palestinesi dovessero "dichiarare unilateralmente il proprio Stato". Se dovessero farlo, "lo perderebbero", ha sottolineato il ministro. Gli fa eco il ministro delle Infrastrutture, Ozi Landao, che ha affermato che uno Stato dichiarato unilateralmente "farebbe fallire tutti gli effetti esercitati per il riavvio del processo politico. Qualsiasi dichiarazione di questo tipo non ci spaventerebbe. Loro devono capire che anche noi intraprenderemmo passi simili". "Come primo passo - ha spiegato - Israele annuncerà l'annessione di tutte le colonie della Cisgiordania e dell'area 'C', su cui Israele ha diritto religioso. Ciò deve essere chiaro perché Israele ha bisogno di una risposta pronta a qualsiasi decisione unilaterale dei palestinesi".
Tali dichiarazioni bellicose sono giunte a seguito di quelle rilasciate ieri dal ministro della Difesa Ehud Barak, che durante la seduta settimanale del governo israeliano ha affermato che "l'attuale stallo dei negoziati aumenterà l'appoggio internazionale a uno Stato palestinese entro i confini del '67 unilateralmente stabilito".
"Dobbiamo riprendere il processo di pace con la forza - ha aggiunto il ministro dell'Industria, Benjamin Ben Eliezer - e se Abu Mazen (Mahmud Abbas, presidente dell'Anp, ndr) non vuole parlare con noi, dobbiamo trovare un altro partito per esercitare pressioni su di lui. Questo terzo partito dovrà dirgli che sono i palestinesi a non voler il dialogo, non noi".
Gli USA nel febbraio del 1942 imposero all'Inghilterra la libera circolazione delle merci (americane) nei vasti domini dell'Impero Britannico. Poi, l'accordo di Bretton Wood, nell'estate del 1944 "segnò indubbiamente una decisa sconfitta per l'Inghilterra, che vedeva la sterlina scalzata dal dollaro nel ruolo di valuta internazionale". La sconfitta dell'Inghilterra era cominciata fina dalla Prima Guerra Mondiale, finanziata sin dall'inizio dagli USA con massicci prestiti che l'avevano indebitata pesantemente: l'ultima rata del debito per la I Guerra Mondiale avrebbe dovuto essere pagata nel 1986. Se si aggiungono gli enormi debito contratti con gli americani per la Seconda Guerra Mondiale, si può capire la totale sudditanza inglese agli USA. Con gli accordi di Bretton Wood, venne inoltre decisa la convertibilità dell'oro a 35 dollari per oncia.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale "Washington possedeva riserve auree per il valore di circa 20 miliardi di dollari, quasi due terzi del totale mondiale". Inoltre, "più della metà della produzione manifatturiera mondiale proveniva dagli Stati Uniti, che fornivano in effetti un terzo dei beni di ogni tipo prodotti nel mondo". Ma la potenza americana cominciò ad incrinarsi con la guerra del Vietnam e fu così che Nixon nell'agosto del 1971 fu costretto a rinunciare alla convertibilità dell'oro a 35 dollari per oncia d'oro. Nel frattempo, la quota americana di riserve auree si era ridotta dal 68 per cento nel 1950, al 27 per cento nel 1973. Continuò comunque la corsa del dollaro come moneta di riserva dei principali Paesi del mondo e il prezzo dell'oro sul mercato internazionale restò stabile, intorno ai 450 dollari per oncia, fino al 2006. Da quel momento il prezzo dell'oro cominciò a salire fino a raggiungere picchi di 1000 dollari per oncia. Infine, all'inizio di novembre di quest'anno, l'oro ha raggiunto la quota record di 1108,50 dollari per oncia.
Questo deprezzamento del dollaro è dovuto alla diminuita importanza economica degli USA, ma, soprattutto, all'enorme debito pubblico accumulato da Washington. Per questo è cominciata anche la fuga del dollaro come moneta di riserva delle banche centrali e la rincorsa all'oro in sua vece. Tra il 19 e il 30 ottobre di quest'anno, la banca centrale dell'India ha acquistato 200 tonnellate di oro dal Fondo Monetario Internazionale in cambio di 6,7 miliardi di dollari. Anche la Cina, pur essendo il primo produttore mondiale di oro, con 10 milioni di once, ha cominciato a comprare segretamente oro sul mercato internazionale per ridurre l'enorme riserva di 2.300 miliardi di dollari in suo possesso. La cautela della Cina è dovuta al pericolo di una troppo accentuata svalutazione del dollaro, che corrisponderebbe ad una riduzione di valore delle sue riserve, ma, nel frattempo "ha lanciato la prima obbligazione denominata in yuan aperta agli investitori stranieri". La svalutazione del dollaro nei confronti dell'oro ha rivalutato l'euro e altre monete forti: "A fine settembre l'Iran ha annunciato che d'ora in poi le sue riserve in valuta estera saranno in euro e non più in dollari". Conseguentemente l'Iran ha cominciato a vendere petrolio in euro e "I banchieri ricordano di certo quello che è successo all'ultimo produttore di petrolio mediorientale che ha venduto il suo greggio in euro invece che in dollari: Era Saddam Hussein. Qualche mese dopo la sua decisione, americani e britannici hanno invaso l'Iraq". Inch'Allah
Romolo Gobbi 14.11.2009
Un’ondata di domande furiose si è sollevata all’interno degli apparati militari e di sicurezza Israeliani dopo che Yedioth Aharonoth ha svelato un documento che dimostra il livello di conoscenza che Hezbollah ha raggiunto delle attività, degli schieramenti e delle tattiche Israeliane nella parte nord della Palestina occupata.
Il popolare giornale Israeliano ha rivelato che Hezbollah conosce praticamente ogni dettaglio concernente l’esercito Israeliano, e in particolar modo la brigata 91 situata nel nord.
Forse la preoccupazione maggiore per il quartier generale Israeliano è che gli Hezbollah potrebbero essere riusciti ad infiltrarsi in importanti servizi di sicurezza e così aver ottenuto dati e documenti segreti.
“Gli esperti Israeliani e soldati in pensione che hanno combattuto nel nord hanno detto che i dati ottenuti da Hezbollah sono molto importanti e che una parte di questi son stati clonati dagli Hezbollah da documenti segreti che appartengono alla 91° brigata. Questi documenti mostrano in modo dettagliato la natura dello schieramento dell’esercito Israeliano nel nord. Chi vede questi documenti sa che sono stati copiati pagina per pagina dai documenti originali top secret. Gli Hezbollah potrebbero aver acquisito questi dati attraverso delle spie oppure infiltrandosi nella parte Israeliana per scattare delle foto,” ha detto Giovedì alla televisione Israeliana Ronen Bergman, un esperto in affari di intelligence Israeliani.
Yedioth ha detto che il documento di 150 pagine “mostra a quale livello l’intelligence degli Hezbollah sia riuscita a penetrare nell’esercito Israeliano, e dimostra che gli Hezbollah hanno molte fonti di informazione,” anche riguardanti le attività militari Israeliane navali e aeree, compreso l’uso dei droni.
“Non c’è alcun dubbio che gli Hezbollah conoscano le armi usate in ogni Jeep di ogni pattuglia. Conoscono anche il diametro di ogni mortaio montato nelle Jeep e gli orari di ogni pattuglia, inclusi i documenti che solitamente vengono inviati dal capo della divisione al capo della brigata. Infatti hanno informazioni che non possono venir ottenute tramite dei binocoli, quindi come le hanno ottenute ?”, ha chiesto un cronista del canale Channel 10 Israeliano.
L’ex capo della Sicurezza Nazionale di Israele, Giyora Eiland, ha ammesso – dopo il discorso di Mercoledì del Segretario Generale degli Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah – che Israele fallirebbe senza alcun dubbio in una qualunque guerra futura. Eiland ha aggiunto che il risultato non sarebbe diverso da quello della guerra del 2006 ‘perchè le capacità di Israele e di Hezbollah sono entrambe migliorate’.
“Se domani dovesse scoppiare una Terza Guerra del Libano, non sarebbe diversa dalla Seconda Guerra del Libano, nonostante tutti i progressi dell’esercito. Israele non può vincere contro un’organizzazione che possiede migliaia di missili nell’altra parte del confine. Se vogliamo vincere, la guerra dovrebbe invece venir fatta contro il governo Libanese e le sue infrastrutture, del quale Hezbollah è diventata parte”, ha detto Eiland alla televisione Israeliana.
Sayyed Nasrallah Mercoledì ha avvertito Israele che non c’è alcun punto nella Palestina occupata che i razzi della resistenza non siano in grado di raggiungere. Nasrallah ha anche promesso di frantumare qualsiasi forza Israeliana che dovesse mettere piede sul suolo Libanese, indipendentemente dalla dimensione e dall’equipaggiamento.
Martedì, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito d’occupazione Israeliano, Gabi Ashkenazi, ha avvertito che gli Hezbollah sono armati con migliaia di missili, alcuni dei quali potrebbero raggiungere la città del sud di Dimona, Tel Aviv e altre maggiori città della Palestina occupata.
“Alcuni di questi missili hanno una portata di 300 km e alcuni di 325 km”, ha detto Ashkenazi, aggiungendo che i missili sono pronti all’uso.
Nel suo discorso, Sayyed Nasrallah ha parlato del “pesce meraviglioso ma velenoso” che gli Israeliani hanno recentemente chiamato “Nasrallah”. Secondo i media Israeliani, questo è stato anche un problema per il quartier generale Israeliano.
“Nasrallah legge tutti i nostri giornali, legge tutti i dettagli e li memorizza. Possiamo dire che è l’unico leader Arabo che è al corrente di quel che accade in Israele. Il suo approccio è stato molto preciso quando ha parlato del pesce velenoso e, infatti, se ne è approfittato nei media per dire che Hezbollah morde e vince e, quindi, questa immagine ben si adatta agli Hezbollah”, ha detto alla tv Israeliana Tseva Yehezkeli, un esperto Israeliano in questioni Arabe.
di Mohamad Shmaysani, 13.11.2009
Fonte: alManar
Traduzione: saigon2k.altervista.org
11 agosto 2009

Gli interessi statunitensi in Eurasia portano una certa "sinistra" ad opporsi al progetto South Stream.
Non che non lo avessero già spiegato bene o che la questione non fosse chiara come il sole, ma venerdi 7 agosto, giorno dopo la firma dell’accordo fra Turchia e Russia che consentirà la costruzione del gasdotto South Stream nel Mar Nero, la “sinistra” italiana per bocca del quotidiano “l’Unità” ha definitivamente chiarito la sua posizione.
“La Banda del Tubo” titola in prima pagina; e spiega: “Berlusconi sensale dell’affare del secolo tra Putin ed Erdogan. Joint-venture per far fuori l’Europa e l’America”.
E’ questa la posizione ufficiale della sinistra italiana: si schiera “senza se e senza ma” a sostegno del progetto concorrente a quello russo, ossia il Nabucco, che ammettono sia sostenuto dagli Usa (e dall’ interesse dell’Unione Europea).
Da cosa discenda l’interesse dell’Unione Europea è un mistero che non è dato sapere: che la burocrazia di Bruxelles si sia accodata al progetto americano non ci stupisce, visto il grado di sottomissione politica che segna questa organizzazione, sempre pronta ad obbedire, anche perché senza sovranità politica, militare ed economica non può fare altro, alla potenza egemone occidentale, che addirittura vuole trasformare la Nato nell’esercito dell’UE.
Ma la questione è invece abbastanza chiara: il gas si trova ad est, direttamente in Russia o in territori molto prossimi in cui la Russia stessa, naturalmente, esercita la sua influenza; dopodichè per raggiungere la parte occidentale dell’Europa deve passare sui vari spazi europei, dei quali di importanza fondamentale è la Turchia. In più questo progetto è sviluppato al cinquanta per cento dall’italiana Eni. Chi potrebbe avere il coraggio di dire che un progetto sovrano come il South Stream, in quanto è opera degli stessi attori europei, non fa gli interessi dell’Europa?
In realtà le scelte hanno natura tutta politica: gli Usa hanno interesse nel creare un altro gasdotto, che passa attraverso gli stati da lei controllati e che riesca ad indebolire la naturale potenza russa. Si deve assolutamente riflettere sul significato che può avere un progetto del genere: perché gli Stati Uniti che sono in un altro continente vogliono dettare legge (e ci riescono) sulle scelte energetiche dell’Europa e dell’Asia?
Che in questa strategia rientri anche l’Italia lo conferma la stessa “Unità” quando, dopo aver citato una fonte diplomatica che considera quasi una “mission impossibile” la mediazione raggiunta fra Turchia e Russia, la stessa fonte spiega: la “diffidenza del presidente Obama nei confronti del premier Berlusconi era fondata su valutazioni politiche e non su differenze caratteriali”. Questo per confermare come sia chiaro il ruolo del governo italiano, che si è sbilanciato più di una volta a favore del progetto sostenuto dalla Russia, e che per questo motivo è visto con sospetto dal potere di Washington, non abituato a lampi di sovranità nelle scelte.
In definitiva, il gasdotto South Stream, figlio degli interessi dei popoli che vivono in Europa (meglio, Eurasia) è certamente da sostenere, e non bisogna essere abbagliati dal fanatismo di parte e criticare a prescindere: quando poi, soprattutto, chi accende questo fanatismo, come per esempio il quotidiano di “sinistra” “l’Unità”, non è contrario al progetto per una semplice opposizione al governo Berlusconi, ma proprio perché pende dalle labbra degli Stati Uniti e dei poteri capitalisti internazionali (vedi anche Murdoch) , ne approva ogni loro progetto e tenta di creare opinioni favorevoli a questi in Italia.
La crisi economica, e la crescita di nuovi Stati nell’arena internazionale stanno fiaccando l’unipolarismo a guida statunitense, e quindi stanno nascendo nuove possibilità per i popoli del mondo di auto governarsi in sovranità senza badare come prima agli ordini di Washington; un nuovo multipolarismo avanza e bisogna smarcarsi da quei centri di interesse che continuano a perpetuare la supremazia Usa a discapito della sovranità e gli interessi dei popoli; bisogna scegliere risolutamente da che parte stare: o con l’Eurasia ed il multipolarismo, o con l’egemonia mondiale statunitense, con tutte le devastazioni e guerre che ne conseguono.
Un’appendice particolare merita il presidente del Nabucco: Joschka Fischer Questo, nel sessantotto attivissimo esponente “rivoluzionario”, poi verde-ambientalista, oggi è a capo del progetto Nabucco; esso è membro del Council on Foreign Relations, la fondazione privata dei Rockefeller, che è praticamente il centro dove si teorizza la politica estera statunitense e da dove nascono sia il gruppo Bilderberg che la Trilateral (giganti del capitalismo e del liberismo sfrenato). Oltre a confermarci la totale sottomissione agli interessi Usa, questo ci fa notare come il percorso individuale di alcuni famosi personaggi, che dal liberale sessantotto sono passati alla fine ideologica della politica rappresentata dai verdi e dagli ambientalisti, oggi siano fautori di interessi petroliferi e capitalistici statunitensi… non si pensi ad un’eccezione, è la regola.

GAS: PUTIN, SI' SLOVENO PASSO DECISIVO PER SOUTH STREAM
(AGI) - Mosca, 14 nov. - "Abbiamo ora firmato l'intesa con tutti i partner europei, passo in avanti decisivo per completare il progetto". Cosi' il primo ministro russo Vladimir Putin ha commentato il si' della Slovenia a South Stream, il gasdotto di 900 Km. che passera' sotto il Mar Nero per poi sdoppiarsi con un ramo fino in Austria, attraverso la Serbia e con un altro verso il Sud Italia, attraverso la Bulgaria e la Grecia. L'intesa e' stata gia' siglata con Bulgaria, Serbia, Ungheria e Grecia.
Omicidi di palestinesi, attacchi agli ebrei di sinistra e ai gay: incriminato Teitel, colono ed ex marine
Del «terrorista» Yaacov Teitel, Arutz 7, parla il meno possibile. Sempre pronta a denunciare, in web e in etere, i «sanguinari terroristi palestinesi», inclusi quelli «in erba» che lanciano sassi, la radio-agenzia dei coloni israeliani, che tra qualche settimana terrà una serata di raccolta-fondi negli Stati Uniti, ha dedicato poco spazio alla decisione del tribunale di Gerusalemme che ieri ha formalmente incriminato Teitel per una lista di reati (commessi nell'arco di 12 anni) lunga come un'enciclopedia. Eppure ne meriterebbe di attenzione il 37enne colono Teitel, nato e cresciuto negli Stati Uniti, dove ha svolto il servizio militare nei marine.
Residente dell'insediamento di Shvut Rachel (Cisgiordania), è accusato di omicidi, violenze contro gay ed esponenti della sinistra, e anche dell'attentato contro il docente universitario Zeev Sternhell, noto esperto di movimenti di estrema destra in Israele. In tutto 14 accuse. Ma lui dice di aver fatto la cosa giusta. «È stato un piacere e un onore servire il mio Dio. Dio è orgoglioso di quel che ho fatto. Non mi pento», ha dichiarato Teitel, noto tra i suoi amici come «Jake», il suo nome americano.
Non pochi in Israele, specie a destra, lo hanno dipinto come un «folle», un fanatico isolato, un po' come dissero in tanti di Yigal Amir, l'assassino di Yitzhak Rabin, mentre l'inchiesta ha successivamente dimostrato che l'uccisione dell'ex premier israeliano fu il risultato del radicalismo religioso e del clima d'odio verso gli israeliani progressisti e i palestinesi regnante (allora come oggi) in parecchie colonie sparse per la Cisgiordania. Come Yigal Amir, l'ex marine che ha lasciato gli Usa per redimere la Terra promessa, è stato un lucido esecutore di un disegno.
I suoi gesti non hanno certo provocato una ondata di sdegno nelle colonie. Ha ucciso due «nemici», un tassista e un pastore palestinesi, colpito omosessuali e un ragazzo 15enne figlio di ebrei messianici «colpevoli» di essere vicini ai cristiani e preso di mira Sternhell che da anni denuncia la pericolosità e la crescente popolarità dell'estremismo di destra. Non è escluso che sia coinvolto anche nell'uccisione di due poliziotti, David Rabinowitz e Yehezkel Ramzarkar, freddati mesi fa a bordo della loro autovettura di pattuglia in prossimità della colonia di Massua.
E se Yigal Amir ebbe contatti con i servizi segreti israeliani, anche Teitel può vantare questo titolo nel suo curriculum. Per alcuni mesi nel 2000 è stato un informatore dello Shin Bet, ha rivelato il quotidiano Yediot Ahronot che si è domandato come mai il servizio di sicurezza così noto per la sua efficienza non scoprì per tempo che Teitel era coinvolto in gravi fatti di sangue. L'avvocato del colono «in missione per conto di Dio» ha chiesto la perizia psichiatrica per il suo assistito, non è escluso che alla fine riesca a far passare per un malato di mente un lucido assassino.
Michele Giorgio Il Manifesto 12.11.2009
Reuters 12 Nov 2009
Il presidente Dmitry Medvedev oggi ha esposto la sua visione della Russia come di una delle economie innovative leader nel mondo e di una matura democrazia, anche se non è stato molto chiaro sul percorso da fare per arrivarci. Le aspettative che circondavano il suo discorso alla nazione, tenuto oggi davanti all'Assemblea Federale, erano alte, soprattutto dopo che a settembre aveva pubblicato un piano, in cui diceva chiaramente che la Russia avrebbe dovuto risolvere i problemi legati alla sua "economia inefficiente, alla struttura sociale semi-sovietica e alla debolezza della democrazia". Gli esperti di "questioni russe" si chiedono come Medvedev pensi di riformare un sistema politico dominato dal Cremlino, da lui stesso definito una fonte di burocrazia e corruzione.Nel suo discorso di 100 minuti, rivolto all'elite politico-economica del paese, Medvedev ha elencato cinque priorità sulle quali la Russia dovrà concentrarsi: la tecnologia per l'efficienza energetica, il nucleare, la tecnologia dell'informazione, lo spazio e il settore farmaceutico.
Medvedev ha ripetuto il suo attacco alle grandi imprese di stato, create dal suo predecessore Vladimir Putin, dicendo che queste avrebbero dovuto ripensarsi come società commerciali o altrimenti sparire. Il presidente, inoltre, ha ordinato al governo guidato da Putin di ridurre la quota del settore economico in mano allo stato, che attualmente supera il 40%, entro le prossime elezioni presidenziali del 2012. Eppure nel suo discorso non ha spiegato, questione centrale, quale forza possa essere in grado di guidare l'innovazione.
Medvedev, infatti, ha confessato che le principali società russe, quelle legate al remunerativo settore dell'export di gas, petrolio e metalli, sono piuttosto riluttanti ad affrontare le sfide della "new economy".
Molti analisti hanno sottolineato come il suo discorso sia condivisibile ma anche troppo generico. Non è di quest'avviso Gleb Pavlovsky, presidente di Politics foundation, che nell'intervento ha letto una seria affermazione di leadership da parte del presidente. "Una delle cose più importanti è che il discorso contiene una importante affermazione della sua leadership. In più di un'occasione, Medvedev ha dato istruzioni al governo", ha detto l'analista. "In questo modo è risultato un discorso presidenziale indirizzato al governo e a (primo ministro Vladimir) Putin", spiega Pavlovsky in un'intervista concessa all'agenzia Interfax. "Il tandem [Medvedev-Putin] viene riconosciuto, ma a proporre programma e strategia a questo tandem è chiaramente il presidente", ha concluso l'esperto.