Gennaro Carotenuto 07 luglio 2009
Se una sconfitta del genere fosse toccata ad un paese governato dalla sinistra o dal centro-sinistra (come in Argentina appena sette giorni fa) ci sarebbero i titoloni sui giornali mainstream anche in Italia. Ma la sconfitta dura ed inequivocabile del partito di destra del PAN del presidente Felipe Calderón nelle elezioni parlamentari e amministrative in Messico, viene completamente ignorato dai media. E invece è una sconfitta pesante per uno dei pochi governi importanti ancora ortodossamente neoliberali e allineati a Washington in America latina.
Nonostante ciò è una sconfitta che lascia ben poco da celebrare: va malissimo il Partito Rivoluzionario Democratico e vince l’eterno PRI, il Partito Rivoluzionario Istituzionale, che con difficoltà potremmo definire centrista, ma che oggi si proclama socialdemocratico e rinnovato. L’astensione intanto sfiora il 60% e il voto nullo si organizza e raddoppia.
Sono andati a votare appena quattro messicani su dieci e il 7 per cento di chi lo ha fatto ha aderito alla richiesta di chi invitava ad annullare la scheda non sentendosi rappresentato da nessun partito. Le schede nulle sono più dei voti che ha raggiunto il Partito del Lavoro e la lista di Convergenza, identificati con la sinistra di Andrés Manuel López Obrador che nel 2006 aveva conteso la presidenza voto a voto a Calderón finendo per essere sconfitto solo da quello che molti osservatori considerarono un gigantesco broglio.
Il PRD, Partito Rivoluzionario Democratico, di centrosinistra, dalle fila del quale López Obrador proviene, registra intanto un vero e proprio tracollo che lo porta a perdere oltre una cinquantina di seggi, passando da 127 a 72 parlamentari.
Chi è il vero vincitore delle elezioni è allora il PRI che ha governato il paese ininterrottamente dal 1929 al 2000 e che aspira a ritornare a farlo nella prossima legislatura. Alla camera dei deputati le proiezioni infatti vedono il PRI passare da 106 a 233 dei 500 seggi. Con il partito Verde (ambientalista) alleato del PRI stesso, che passa 17 a 22 seggi, rappresentano la maggioranza a Palazzo San Lázaro. È una maggioranza che condizionerà pesantemente d’ora in avanti l’azione del governo che vede il PAN passare da 206 a 146 deputati.
Il PRI trionfa (e vince anche cinque dei sei governatorati in palio) approfittando da una parte del rifiuto del paese per la destra del PAN, incapace di alleviare la crisi economica (il PIL scenderà addirittura dell’8% nel 2009 e si perderanno altri 700.000 posti di lavoro) e combattere il narcotraffico e l’incapacità del PRD, sommerso dalle polemiche e dalle divisioni, di apparire come una vera alternativa di governo. In cambio la presidente del PRI, Beatriz Paredes può affermare trionfante: “abbiamo appreso dai nostri errori e sappiamo governare”.
Secondo la rivista francese Navires & Histoire N°54 di Giugno 2009, le truppe statunitensi avrebbero subito, dall'inizio della guerra all'Iraq al 11 maggio 2009: 6863 soldati uccisi (167 suicidi), 66318 mutilati o feriti gravemente (26400 definitivamente fuori combattimento), 26224 sono i disertori e i renitenti. Inoltre il 15% dei soldati di ritorno dall’Iraq o dall’Afghanistan, presentano problemi di tossicodipendenza, soprattutto dall’eroina. A questi numeri vanno aggiunti 451 soldati uccisi e 5901 feriti della coalizione alleata agli USA. Va aggiunto che almeno 4000 soldati inglesi presentano problemi mentali.
Le agenzie dei contractors e dei mercenari hanno subito, su tutti i fronti della ‘Guerra Totale al Terrore’, al 11 maggio 2009, 5056 morti (ufficialmente 962) e 11281 feriti. Di questi morti, 1261 sono statunitensi (ufficialmente 445 e 3307 feriti), spesso presentati come centroamericani.
I camionisti stranieri, uccisi in Iraq, sono 1053 e 1830 feriti, cui vanno aggiunti 157 membri delle Nazioni Unite uccisi e 244 giornalisti.
Bisogna aggiungervi 5981 volontari e civili arabi morti in Iraq.
Gli iracheni hanno avuto 417107 morti entro il 11 maggio 2009: 41792 i soldati e i miliziani uccisi dal 1 maggio 2003 al 11 maggio 2009. I guerriglieri morti in combattimento o per le ferite riportate sono 31482. I civili uccisi dal 1 maggio 2003 al 11 maggio 2009 sono 174823 e altri 169010 a causa delle condizioni generali imposte dalla guerra.
In totale, afferma la rivista francese alla data del 11 maggio 2009, nella guerra e nell'occupazione dell'Iraq sono morti 417107 iracheni.
Dall’ottobre 2001 al 11 maggio 2009 gli statunitensi, i loro alleati e i contractors hanno subito 19815 caduti e 140337 feriti su tutti i fronti della ‘Guerra Totale al Terrore’.
In Afghanistan, dal 1° ottobre 2001 al 11 maggio 2009, le truppe della coalizione hanno avuto 908 soldati statunitensi caduti (33 suicidi) e 8502 feriti, la coalizione ha subito 591 morti e 6162 feriti.
Dal 1° ottobre 2001 al 11 maggio 2009 sono morti 80389 tra civili, ribelli e militari, afgani e pakistani.
Inoltre negli altri teatri della 'Guerra Globale al Terrorismo' le cifre, al 11 maggio 2009 erano le seguenti:
- Yemen, Africa e Filippine: 16561 morti
- nel resto del mondo: 3252 morti
- a causa di attentati: 6998 morti
- Libano/Israele/Palestina (dal luglio 2006 al 11 maggio 2009): 6776 morti
- Somalia (dal novembre 2006 al 11 maggio 2009): 34308 morti
- persone scomparse, arrestate o rapite nel quadro della 'Guerra Globale al Terrorismo' 26286
Totale dei morti a causa della 'Guerra Globale al Terrorismo': 570498 uccisi
A cura del Bollettino Aurora
Comunicato Stampa del 06/07/2009
Mentre prosegue la visita del presidente cinese Hu Jintao in Italia, giungono - puntuali come una bomba ad orologeria - le notizie di gravi tumulti nella regione nord-occidentale dello Xinjiang, dove elementi dell’etnia uigura, di religione musulmana, si sono sollevati contro il governo della Repubblica Popolare e i cinesi di etnia han, maggioranza nel resto del Paese e ben rappresentati nella stessa regione. Il CPE esprime solidarietà al governo della R.P.C., vittima di quella che, usando un ossimoro caro al «neocon» americano Michael Ledeen, potremmo definire «distruzione creativa», ovvero una vera e propria manovra sovversiva eterodiretta, ai danni di uno Stato sovrano, come si è recentemente visto in Iran.
Il CPE inoltre denuncia come l'evidente disegno eversivo in atto per mano degli Stati Uniti, che attraverso la strategia delineata da Zbigniew Brzezinski mirano a destabilizzare e frammentare il pianeta, è il frutto di un lavoro sotterraneo in atto ormai da anni in vista di un’azione di disturbo e pressione verso la Cina, la Russia, l’India ed alcuni governi dell’America indiolatina (vedasi, in questi giorni, l’Honduras). A parere del CPE, infatti, proprio in tale ottica si possono efficacemente interpretare alcune situazioni critiche poste, con particolare enfasi, all’attenzione della pubblica opinione occidentale dai principali organi di informazione, come le cosiddette questioni della minoranza del popolo Karen e della «rivolta» color zafferano nel Myanmar, la destabilizzazione del Pakistan, il mantenimento di una crisi endemica nella regione afgana e, in ultimo, le questioni del Tibet (esplosa anche questa ‘casualmente’ in contemporanea con le Olimpiadi, per darle ancor maggiore risalto mediatico) e della minoranza uigura nella Repubblica Popolare Cinese oggetto di questo comunicato.
Strumentalizzando le tensioni locali di alcune aree geostrategiche, gli USA, insieme ai loro alleati occidentali, hanno avviato un processo di destabilizzazione - di lungo periodo - dell’intero arco himalayano, vera e propria cerniera continentale, che coinvolgerà otto paesi dello spazio eurasiatico (Nepal, Pakistan, Afghanistan, Myanmar, Bangladesh, Tibet, Bhutan, India). Il CPE considera a questo punto intollerabile un tale stato di cose e auspica che le nazioni eurasiatiche e dell'America indiolatina si uniscano per mettere fine una volta per tutte alle manovre sovversive statunitensi e sioniste.
Per quanto riguarda il caso specifico dello Xinjiang, è bene sapere che i principali gruppi che si battono per la “libertà del popolo uiguro” sono basati in Occidente, lo stesso Occidente che è sordo, muto e cieco di fronte alla tragedia del popolo palestinese e che considera «terrorista» il suo legittimo governo espresso da libere e regolari consultazioni elettorali. Inoltre, è da rilevare che l'islamofobia, uno strumento propagandistico che abbiamo visto utilizzare a piene mani in questi anni, questa volta finisce in soffitta perché stavolta è più importante insidiare la Cina, per cui, come si è già visto in Cecenia (o in un recente passato, quando gli afgani anti-russi erano i “combattenti per la libertà”), anche degli insorti musulmani rappresentano una “giusta causa” pur di raggiungere lo scopo della sovversione e della destabilizzazione di una potenza del calibro della Cina. Si invitano dunque i musulmani a non cadere in questa trappola e a non prendere le parti, per partigianeria, di questa “causa” solo perché gli uiguri sono musulmani.
Sta dunque emergendo la nuova «strategia del caos» che il «serpente» Obama sta attuando per isolare l'Iran, chiedendo esplicitamente aiuto in questo a Medvedev e alla Cina (usando anche qualche valletto di lungo corso della politica italiana). Non vanno perciò sottovalutati i pericolosi colpi di coda dell'imperialismo statunitense che mirano, a parere del CPE, ad inasprire la pressione, compresa quella di tipo armato, sull’Iran, chiave di volta degli equilibri eurasiatici e per questo oggetto d’una ossessiva campagna diffamatoria in occasione delle recenti elezioni presidenziali. Sola ricetta, quindi, per invertire il precipitare degli eventi è quella delle integrazioni continentali, auspicata dalle maggiori Potenze eurasiatiche e da alcuni governi del subcontinente indiolatino. Che l'Europa si risvegli e ritrovi il suo posto in mezzo a queste nazioni desiderose di cambiamento. Altrimenti vincerà la strategia del caos e della frammentazione del Pianeta, perseguita dagli USA e dal sionismo.
(AGI) - Washington, 5 lug. - Gli Stati Uniti non si opporranno a un eventuale attacco israeliano contro le installazioni nucleari iraniane perche' "Israele ha il diritto di scegliere, essendo una nazione sovrana, cosa e' nel suo interesse, decidendo cosa fare nei confronti dell'Iran o di chiunque'' altro. Cosi' il vicepresidente americano Joe Biden ha di fatto 'autorizzato' lo Stato ebraico ad attaccare Teheran in un'intervista alla Abc.
Alla domanda se il premier israeliano Benjamin Netanyahu potra' ricorrere "all'uso della forza" contro l'Iran anche in disaccordo con gli Usa se entro l'anno non ci saranno novita' nel negoziato sul dossier nucleare, il vicepresidente ha risposto: ''Loro, sia che noi sia sia d'accordo o meno, hanno il diritto di farlo. Tutte le nazioni sovrane hanno il diritto di farlo... Crediamo nell'interesse nazionale degli Stati Uniti ma allo stesso tempo crediamo sia anche l'interesse di Israele e del mondo intero... Se il governo Netanyahu decidera' di scegliere una linea di azione diversa da quella attuale, la loro sovranita' concede loro questo diritto. Non e' una nostra scelta''.
Secondo Biden ''non possiamo dettare ad una nazione quello che possono o che non possono fare quando prendono una decisione, soprattutto se la loro esistenza e' minacciata e se la loro sopravvivenza e' minacciata da un altro paese''. Per Biden "Israele ha il diritto di determinare quali sono i suoi interessi, e noi abbiamo il diritto di determinare quali sono i nostri interessi''.
5.07.2009
Comunicato Stampa del 05/07/2009
In questi giorni il presidente cinese Hu Jintao è in visita in Italia accompagnato da una folta delegazione economica e politica. Il Coordinamento Progetto Eurasia (CPE) intende esprimere soddisfazione per questa visita ufficiale, che si spera segni l'inizio di una proficua
collaborazione tra le nostre due nazioni. La Cina rappresenta il centro di gravità della massa asiatica d'oriente, l'«Impero di Mezzo» con cui è necessario confrontarsi, se davvero si vuole ridare all'Italia una politica dal respiro globale.
Nell'Unione Europea, l'Italia è il quinto interlocutore commerciale e il terzo paese di provenienza di investimento per la Cina, con un interscambio commerciale nel 2008 di oltre 38 miliardi di dollari. La visita di Hu Jintao servirà anche a rafforzare i legami economici e di cooperazione in diversi settori. Non a caso nei prossimi giorni è prevista anche una missione di acquisto di 300 imprenditori cinesi che arriveranno in Italia in cerca di nuove opportunità di investimento o
per chiudere contratti già stabiliti. In una intervista al "Corriere della Sera" Hu Jintao scrive che l'obiettivo della Cina è di «rafforzare la fiducia politica reciproca (con l'Italia), intensificare gli scambi, approfondire concretamente le cooperazioni e promuovere lo sviluppo economico sociale dei nostri paesi». Inoltre: "Vogliamo anche affrontare le sfide globali rappresentate soprattutto dalla crisi finanziaria e creare un futuro ancora migliore per i rapporti tra Cina e Italia". Il CPE quindi accoglie favorevolmente le parole del presidente cinese e invita le parti politiche e sociali a
mettere da parte le passate polemiche relative alle vicende dei «diritti umani» e alla questione tibetana, strumentali alla strategia del «divide et impera» messa in atto dall'Occidente per frammentare l'Eurasia e «contenere» la Cina. Dobbiamo assolutamente cogliere questa occasione di dialogo e agganciarci al treno delle potenze «emergenti» dell'Asia come la Cina, l'India e l'Iran, nazioni giovani e in forte crescita economica, per uscire dalla crisi non solo economica ma anche di civiltà che affligge in modo terminale l'Occidente a guida americana.
Il CPE sottolinea come non sia possibile una strategia di integrazione eurasiatica senza l'apporto della Cina, come evidenziato dalla fondazione del Patto di Shangai, dalla sua presenza sempre maggiore in Africa e America indiolatina, dal fondamentale ruolo di arbitro giocato nelle «crisi» in Iran e Corea del Nord. L'isolamento della Cina da parte dell'Europa rappresenterebbe per noi un
danno incalcolabile, perché ci priverebbe non solo di un mercato vastissimo, ma soprattutto di un interlocutore fondamentale per svolgere la funzione di contrappeso nei confronti degli Stati Uniti, un interlocutore senza il quale l'Europa non sarebbe in grado di avere una politica mondiale autonoma.
Sempre Hu Jintao afferma: «Pechino ha attribuito grande importanza ai rapporti con l'Ue e la considera come una delle priorità della sua politica estera». E aggiunge: «la Cina sostiene il processo di integrazione europea e accoglie con soddisfazione il suo ruolo sempre più utile e rilevante negli affari internazionali». Come afferma anche Sergio Romano sul "Corriere", la Cina ha bisogno dell'Unione Europea ed è bene che gli europei se ne rendano conto. La Cina non vuole un mondo dominato dagli americani e desidera un'Europa forte perché preferisce un mondo multipolare dove le «potenze emergenti», insieme all'Europa, siano in grado di contenere l'arroganza degli Stati Uniti.
A parere del CPE, la Cina sta tendendo sinceramente la mano ad un'Europa debole e divisa, nella speranza che il gesto la incoraggi a sottrarsi dalla sudditanza verso gli Stati Uniti e a fare una politica conforme ai suoi interessi e alle sue ambizioni. La crescita economica della Cina non deve dunque intimorire i popoli europei; essa si appresta, insieme a Russia e India, ad essere uno dei
pilastri dell'auspicabile futuro multipolare e, soprattutto, il suo punto di equilibrio.
Potere Globale
Alla fine il golpe militare in Honduras, il secondo paese più povero dell’America latina dopo Haiti, ha finito per nuocere più di tutti, per ora, alla nuova amministrazione Usa del presidente Barack Obama, che è rimasto praticamente con il fiammifero acceso in mano, specie considerando la sua più volte affermata intenzione di cambiare metodi e politica nel continente che, una volta, era “il cortile di casa” degli Stati uniti.
Perchè è vero che Obama ha condannato il colpo di stato in Honduras, dichirandosi “seriamente preoccupato per la situazione” e chiedendo “a tutti gli attori politici e sociali di quel povero paese di rispettare lo Stato di diritto”, ed è vero che sulla stessa linea si è espressa anche Hillary Clinton, ministro degli esteri, che ha ribadito “Sono stati violati i principi democratici”.
Ma nessuno può credere che l’ambasciatore Usa in Honduras, Hugo Llorenz, pronto a sua volta ad affermare “L’unico presidente che gli Stati uniti riconoscono nel paese è Zelaya” (proprio il premier liberale deposto e cacciato in Costa Rica) non sapesse da tempo cosa stesse per succedere.
Allora i casi sono due: o l’ambasciatore degli Stati uniti è un incapace o vogliamo credere che il governo di Washington non ha più la minima influenza sull’apparato militare che, da quasi cinquant’anni, condiziona in modo indiscutibile la vita di un paese di radici maya che, oltretutto, dai tempi in cui il presidente Ronald Reagan decise di appoggiare la “guerra sporca” alla rivoluzione sandinista in Nicaragua, è la base operativa e logistica delle operazioni militari del Pentagono in quella zona del mondo.
Operazioni che tra l'altro partono da una base militare, quella di Palmerola, assolutamente illegale perché mai è stato firmato un accordo ufficiale fra i due paesi perché questo apparato venisse edificato e fosse attivo sul suolo hondureño. Anzi, le forze armate del piccolo paese sono legate al Comando Sud dell’armata nordamericana, i cui consiglieri militari giocano un ruolo essenziale nelle loro strategie.
Fra “gli attori politici” nel piccolo paese centroamericano, di quasi sette milioni e mezzo di abitanti, le forze armate degli Stati uniti sono ancora preminenti e non a caso gli alti comandi sono stati formati tutti alla famigerata Scuola delle Americhe, prima a Panama e poi a Fort Benning in Georgia, vera fabbrica di dittatori e di assassini.
Il generale Romeo Vazquez, leader dei golpisti, ha studiato, per esempio, in quell’inquietante ”ateneo”, e da quell’insegnamento, come ha ricordato l'altroieri Manlio Dinucci, vengono i dittatori hondureñi degli anni 70 e 80, Juan Castro, Policarpo Paz Garcia e Humberto Hernandez. Salvo i pochi passati a miglior vita, tutti questi “repressori con stellette” incidono ancora nella vita politica dell’Honduras, anche se nel frattempo si sono sostituiti a loro per via elettorale presidenti presunti liberali o neoliberisti che hanno condotto il paese alla miseria più nera.
Manuel Zelaya, rubricato come liberale ed eletto nel 2006 dalla destra moderata in un paese ostaggio della delinquenza e delle gang giovanili, come il Guatemala e il Salvador, ha avuto il torto di rendersi conto che la causa di questa deriva era di origine strutturale, il prodotto dei bassissimi livelli di sviluppo umano e lo stato di estrema generalizzata povertà.
Così pensò che aderire all’ALBA, l’Alternativa Bolivariana per i Popoli d’America, un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell'America latina ed i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba e successivamente da Nicaragua, Ecuador e Repubblica Dominicana (in alternativa all'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Stati uniti), poteva essere una scelta incorretta ideologicamente, ma economicamente realista, specie considerando il sostegno che avrebbe assicurato ad alcune politiche sociali l’aiuto che sarebbe venuto da PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana.
In quell’occasione si dimise il vicepresidente, espressione degli interessi di molte imprese private, sospettose di questi accordi per la linea politica espressa dalle nazioni dell’ALBA.
Adesso è lo stesso Zelaya che è stato esiliato a forza, anche se annuncia che tornerà in patria addirittura oggi.
In questo scenario dovrà ora farsi largo politicamente Barack Obama che, dopo quanto ha dichiarato, non potrà riconoscere il nuovo governo imposto dal golpe militare e presieduto da Roberto Micheletti, ex presidente del Parlamento, ma non sarà in grado nemmeno imporre, come chiede l’Organizzazione degli Stati americani e perfino l’Onu, il reintegro nel suo incarico di Manuel Zelaya, anche se è stato democraticamente eletto.
Questo dettaglio non è di poco conto, ma perfino per organi di informazione come El Pais, giornale una volta progressista, vale solo quando a vincere è il partito conveniente in America latina alle politiche neocoloniali di molte multinazionali spagnole e non coalizioni in linea con il nuovo vento di indipendenza, di autonomia e di riscatto che spira in molti paesi del continente a sud del Texas.
Così, in questa occasione sparisce, per esempio, nell’informazione del prestigioso giornale iberico che detta la linea in Europa su come si deve interpretare la realtà latinoamericana, la condanna dell’Onu al golpe, ed anche l’oggetto del contendere in Honduras, cioè un referendum che voleva portare alla convocazione di un’assemblea costituente e non, come afferma il giornale dell’Editorial Prisa, l’aspirazione di Zelaya di “modificare la Costituzione per restare al potere”. Quindi i militari in qualche modo avrebbero agito da tutori dello stato, malgrado la maggioranza dei cittadini non glielo avesse chiesto.
Insomma, in una parte di quella che fu una volta l’informazione di sinistra c’è come un vischioso tentativo a preparare i propri lettori a digerire un colpo di stato, presentandolo come una soluzione legittima.
Peccato che proprio l’attuale ministro degli esteri del governo Zapatero, Miguel Angel Moratinos, abbia denunciato poco tempo fa come fu proprio un governo conservatore spagnolo, quello di José Maria Aznar, il primo a legittimare, insieme a quello di George W. Bush, il colpo di stato, poi fallito, in Venezuela l’11 aprile 2002 contro il presidente Ugo Chavez, che era stato scelto dai cittadini.
A El Pais evidentemente hanno la memoria corta, ma nello stesso errore non si può permettere di cadere il successore di Bush, Barack Obama, dopo le dichiarazioni di principio fatte e ribadite.
Chi ha confezionato questa polpetta avvelenata al presidente degli Stati uniti?
Gianni Minà ilmanifesto 1.07.2009
Gennaro Carotenuto 30 giugno 2009
Sconfitta grave per il governo in Argentina nelle elezioni di metà mandato dove si rinnovava metà Camera e due terzi del Senato. Le destre coalizzate cercavano la resa dei conti e l’hanno ottenuta con la bassezza che è loro propria: dominando i media con le calunnie, l’avidità, la delegittimazione, fomentando la paura.
L’Alleanza tra il peronismo di destra e i neoliberisti fascistoidi, con alla testa l’imprenditore Francisco de Narváez batte il partito di governo che aveva schierato alla testa l’ex capo dello stato Nestor Kirchner nella Provincia di Buenos Aires con il 34% contro il 32%. È una vittoria di stretta misura ma che ha un significato politico molto più vasto: il centro-sinistra kirchnerista che nel bene e nel male aveva risollevato il paese dopo il crollo del dicembre 2001 sembra giunto al capolinea. Intanto cresce una speranza alla sua sinistra. Per il grande regista Pino Solanas, la coscienza critica del paese che ha raggiunto il 24% a Buenos Aires, il vero crimine da combattere resta sempre la fame.
Eduardo Buzzi, uno dei capi della serrata golpista delle associazioni degli agrari dell’anno scorso, aveva un chiodo fisso in testa che ha ripetuto durante tutta la campagna elettorale: “dobbiamo umiliare Cristina Fernández”. I latifondisti, gli agro esportatori, il potere reale della terra in Argentina l’avevano giurata alla presidente che progettando di aumentare le tasse sulle rendite agrarie voleva fare quello che un governo eletto con i voti della sinistra deve fare: costruire scuole, ospedali, redistribuire ricchezza in un paese ingiusto. A un anno di distanza l’Argentina irredimibile trionfa ancora e, dopo la campagna elettorale più costosa e più vuota di contenuti della storia, Cristina Fernández ne esce umiliata, dimezzata, un’anatra zoppa per usare un linguaggio politico gringo.
Il giorno dopo a Buenos Aires è ancora il momento del dopo sbornia. C’è chi festeggia, anche a sinistra, l’umiliazione a Cristina. Ma è un’umiliazione di destra e da destra che è l’unica alternativa plausibile in un breve termine, le politiche del 2011, che è già domani. Nestor Kirchner, dimettendosi dalla presidenza del Partito Giustizialista ha cercato di addossarsi il massimo del costo politico cercando di fare assorbire il colpo al governo che nelle more dovrà continuare a dirigere il paese fino al 2011. Non solo, sta profilando per sé stesso un ruolo di regista che porta alla rinuncia a ricandidarsi nel 2011 appoggiando il suo ex-vicepresidente Daniel Scioli, attuale governatore della Provincia di Buenos Aires.
Al di là di tali previsioni pur importanti, ci sono considerazioni , oramai eterne, che debbono essere fatte. C’è chi parla con la sconfitta dei Kirchner di fine del peronismo. In realtà tutto continua a girare intorno al peronismo. La coalizione di destra Unión-PRO di Macri e De Narváez non sarebbe esistita senza il peronismo, la rete burocratico-clientelare che continua ad essere la spina dorsale della politica argentina. Mauricio Macri non potrà puntare alla presidenza nell’11 senza continuare a contendere ai Kirchner tale struttura.
Non solo, il voto straordinario a Pino Solanas è il voto al più peronista dei candidati, quello che incarna tutto il meglio di una storia politica che da fuori del paese è difficile da comprendere e si tende a liquidare come tutta negativa. Se tutto è peronismo niente è peronismo ma è la realtà argentina: a destra peronismo, al centro peronismo, a sinistra peronismo. E sarà così anche nel 2011 sperando che la guerriglia mediatico-politica delle destre non si trasformi in eversione aperta contro il governo che deve comunque portare a termine il suo compito.
(ASCA-AFP) - Baghdad, 1 lug - Solo un contratto per le compagnie straniere per lo sfruttamento dei giacimenti iracheni, il resto sara' gestito dalle compagnie di stato. Il governo di Baghdad ha annunciato oggi la sua decisione dopo il ritiro di alcune offerte da parte di societa' internazionali insoddisfatte dei termini dell'operazione.
L'unico accordo e' stato raggiunto con il consorzio formato dalla britannica Bp insieme ai cinesi della CNPC International Ltd per il giacimento di Rumaila, il piu' grande dell'Iraq con una riserva stimata di 17,7 miliardi di barili, dove riceveranno un compenso di due dollari al barile. I due giacimenti di gas di Mansuriya e Akkas e quello petrolifero di Kirkuk rimarranno in mani irachene. Per il resto del lotto offerto, i cinesi della CNOOC e Sinpec hanno chiesto 25,40 dollari al barile per il sito di Maysan, contro un'offerta di 4 dollari.
Il gigante americano ConocoPhillips ha chiesto 26,70 dollars al barile per lavorare nel giacimento di Bai Hassan, contro un'offerta di 4 dollari. Un consorzio composto dalla Sinopec, dall'italiana Eni Medio Oriente SpA, dall'americana Occidental Petroleum e dalla sudcoreana Korea Gas Corp ha ritirato la sua partecipazione all'asta per il giacimento di Zubar, dove chiedeva una quota di 4,80 dollari al barile contro i 2 dollari offerti dal governo.
Non si tratta di una sfida, é scacco matto ai golpisti civili, ai loro gorilla, e alle illusioni ritardatarie delle elites neocoloniali. Il Presidente Zelaya ha annunciato il suo ritorno -accompagnato dal segretario della OEA e da altri presidemti latinoamericani- per "concludere il mio periodo di governo che scade a gennaio del prossimo anno".
L'annuncio é stato fatto a Managua, dove erano riuniti i Paesi del Gruppo di Rio, quelli centroamericani del SICA, l'ALBA e i paesi caraibici del Caricom. Oltre alla condanna morale del golpe, é stata sancita l'inammissibilita' di qualsiasi avventura autoritaria e liberticida, percepita come un attentato alla sicurezza e alla democrazia di ogni nazione americana.
Il Brasile, Messico, Venezuela, Nicaragua, Ecuador, Cuba e Bolivia avevano richiamato i rispettivi ambasciatori. Il Guatemala, Salvador e Nicaragua interrompono il flusso commerciale con l'Honduras, e il sistema bancario del SICA sospende qualsiasi programma economico e i prestiti. Il Venezuela blocca l'invio delle forniture di petrolio.
A questo punto -buoni ultimi- gli Stati Uniti parlano finalmente in modo chiaro e univoco (1) per bocca di H. Clinton: non riconosceranno nessun governo che non sia quello di Zelaya.
In mattinata, l'assemblea generale dell'ONU aveva chiuso ogni spiraglio ai golpisti; non c'e' nessun margine di manovra per guadagnare tempo. All'unisono risuona coralmente un solo monito: Zelaya e' il presidente costituzionale, non ci saranno contatti con altre autorita''.
La giornata di protesta in tutto il territorio dell'Honduras, con la paralisi delle attivitá' produttive che si estendeva a macchia d'olio, i blocchi dellla rete stradale , l'interruzione dei trasporti e la chiusura degli stessi uffici pubblici, mostrava che il golpe non si consolidava e cominciava a disarticolarsi.
Arrivava anche la notizia della sollevazione di un battaglione della regione dell'Atlandida: il golpisti non hanno il controllo su tutta la forza armata.
A questo punto, Zelaya e' piu' consapevole che mai che i suoi nemici sono in un vicolo cieco e -forte dell'appoggio non simbolico o di facciata degli organismi continentali e regionali- decide di andare a sfidare apertamente i gorilla sul loro terreno. Muove e da scacco matto.
E' una decisione storica che lo catapulta ad un rango molto piú elevato di leader politico popolare ed amato dalla maggioranza.
Oggi Zelaya assurge al ruolo di guida carismatica del progetto di rinnovamento a fondo del suo Paese. I suoi nemici, che conoscono solo il linguaggio della forza bruta, sono stati sconfitti dall'intelligenza politica e dalla lungimiranza e dalla sovranita' popolare che hanno sempre calpestato..
Ora Zelaya e' parte rilevante dell'ondata di rinnovamento che scuote la latitudine sociale latinoamericana. Ha la forza per ricondurre nella gabbia i gorilla e per smantellare i privilegi neocoloniali dei loro mandanti.
Tito Pulsinelli Selvas 30.06.2009
(1) In precedenza avevano commentato così; "E' illegale però bisogna vedere come si è arrivati a questo"; e persino "Siamo preocupati, però non sospenderemo gli aiuti economici e militari" (sic)
Sospendo un lavoro che sto elaborando da due settimane su un episodio storico, per esprimere la mia solidarietà al presidente costituzionale di Honduras, José Manuel Zelaya.
È stato impressionate vederlo, attraverso TeleSur, arringare la popolazione di Honduras. Ha denunciato energicamente la brutale azione della reazione, che vuole impedire un’importante consultazione popolare.
Questa è la democrazia che difende l’imperialismo!
Zelaya non ha commesso violazioni di sorta delle leggi. Non ha compiuto azioni di forza. È il presidente ed il Comandante generale delle Forze Armate dell’Honduras.
Quello che accadrà sarà una prova per la OEA e per l’attuale amministrazione degli Stati Uniti.
Ieri si è svolta una riunione dell’ALBA, a Maracay nello Stato venezuelano di Aragua. I leaders latinoamericani e dei Caraibi che hanno parlato, lo hanno fatto brillantemente sia per l’eloquenza che per la loro dignità.
Oggi ascoltavo i solidi argomenti del presidente Hugo Chávez che denunciava l’azione golpista attraverso il canale Venezolana de Televisión.
Non sappiamo che cosa accadrà stanotte o domani in Honduras, ma il comportamento valoroso di Zelaya passerà alla storia.
Le sue parole ci hanno fatto ricordare il discorso del presidente Salvador Allende, quando gli aerei da guerra bombardavano il palazzo presidenziale, dove morì eroicamente l’11 settembre del 1973.
Stavolta vediamo un altro presidente latinoamericano che entra con il popolo in una base aerea per reclamare le schede elettorali della consultazione popolare confiscate illegalmente.
Così agisce un Presidente e Comandante Generale!
Il popolo dell’Honduras non dimenticherà mai questo gesto!
Fidel Castro Ruz Granma 25 giugno 2009 Ore 20.15 (Traduzione Gioia Minuti)
La Cina ha chiesto al Tesoro Usa di emettere titoli di debito denominati in Yuan. Si tratta di un chiaro segno del destino?
Può darsi che possa rivestire il ruolo di ‘tema dell’estate 2009’, forse all’interno di un di quei contesti estivi in cui le pagine dei giornali in agosto vengono riempite con notizie diverse dallo scoppio di una bolla speculativa. Se il ruolo dell’inglese come lingua franca non sembra essere in discussione (almeno per ora, visto che nei prossimi decenni continueranno ad aumentare gli abitanti del pianeta che parlano spagnolo e cinese), lo stesso non vale per il biglietto verde e per la sua leadership planetaria.
Il presidente della China Construction Bank, istituto controllato dallo stato cinese e seconda banca al mondo per livello di capitalizzazione, ha chiesto al Tesoro statunitense di emettere titoli di debito denominati in Yuan. Molti esperti sostengono che durante la recente visita di Tim Geithner, Segretario del Tesoro Usa, nella capitale cinese, le autorità dei due paesi abbiano cercato dei compromessi, o almeno delle idee su come risolvere l’insana e squilibrata relazione di dipendenza finanziaria tra la nazione che spende più di quanto guadagna e quella che guadagna molto più di quel che spende, ma che presta i suoi risparmi all’amico spendaccione. Nel pacchetto di riserve di divise del colosso asiatico trovano posto ben 2 bln di Usd.
L’eventuale emissione di Treasuries denominati in Yuan si presta a due chiavi di lettura. Per un verso sarà più semplice il collocamento di titoli di debito presso l’investitore cinese perché si eliminerà il rischio di cambio. Per altro verso, le emissioni in Yuan si traducono in un quasi certo ulteriore indebolimento del Dollaro ed un terremoto nel mercato internazionale delle valute. Negli ultimi mesi, le autorità cinesi hanno stipulato accordi valutari con alcuni paesi emergenti (Argentina), ma è bene ricordare che lo Yuan non può essere scambiato liberamente e che i mercati cinesi presentano spesso problemi di liquidità.
Il progetto base messo a punto dalle autorità cinesi punterebbe alla creazione di una divisa svincolata da una singola nazione e che sia stabile nel lungo termine. Si tratterebbe di un modello simile ai Diritti speciali di prelievo (DSP, Special Drawing Rights) maneggiati dal Fondo Monetario Internazionale, un paniere di divise importanti che si utilizza come riferimento nel commercio e nella finanza internazionali. Scopo precipuo dei DSP era rimpiazzare l'oro nelle transazioni internazionali: per questo i Diritti Speciali di Prelievo sono definiti anche paper gold. Fino a qualche anno fa, le valute che costituivano il paniere erano: dollaro statunitense, marco tedesco, franco francese, sterlina britannica e yen giapponese. Dal 1999 l'euro ha sostituito il marco ed il franco (il valore approssimativo di 1 euro è pari a 0,85 DSP). L’iniziativa conta tra gli adepti anche il governo russo, che più volte ha manifestato la necessità di disporre di una nuova divisa di riserva.
L’idea del paniere di valute è legata al fatto che la sostituzione del Dollaro con un’altra divisa non è operazione semplice. In primo luogo, richiederebbe il sorpasso dell’economia Usa da parte di quella del paese d’origine della nuova valuta leader. Se si punta su questo requisito, l’unica valuta in grado di sostituire il Dollaro in tempi non biblici è l’Euro. A meno che il gigante cinese non riesca a trovare un accordo con altri paesi della sua area di appartenenza per dare vita ad un’unione monetaria.
Una delle ragioni che giustifica la leadership del biglietto verde è l’appoggio fornito dalle enormi riserve di oro della Fed. Un’altra ragione è la forte liquidità di cui beneficia la divisa Usa. Visti i limiti e la portata della leadership dell’Usd, una delle ipotesi più realiste è forse quella delineata dagli economisti di Berkeley, che puntano su un dominio condiviso. Ma c’è anche chi non la pensa così.
Gli economisti discutono da decenni sulla debolezza di un sistema basato su un’unica moneta di riserva. Il modello attuale, sostiene l’economista Joseph Stiglitz, è insostenibile e rimpiazzarlo con un sistema misto (dominato dalla coppia euro-dollaro o dal trio euro-dollaro-yen), sarà ancora peggiore.
Se la storia è un referente per anticipare i cambiamenti futuri, allora è importante ricordare che la Sterlina ha cessato di essere una moneta di riferimento quando si è trasformata da paese creditore in debitore. Gli Stati Uniti stanno attraversando una fase simile: la crescita della quota di petrolio importato, sommato al colossale deficit pubblico (9% del Pil tra il 2009 e il 2011) e ai nuovi picchi del debito (previsto al 75% del Pil nel 2010), costituiscono problemi molto seri per continuare a giustificare la supremazia del Dollaro.
Nouriel Rubini, professore dell’Università di New York, sostiene che la divisa Usa verrà sostituita nel corso del XXI secolo da un paniere di divise asiatiche. Ma ci vorrà ancora molto tempo perché l’attuale ruolo del Dollaro aiuta Washington a pagare meno per il denaro preso in prestito.
Rocki Gialanella Fondi online 26.06.2009